mercoledì 14 novembre 2012

Chi è sepolto nel Pantheon?

È da più di un anno che ho smesso di seguire i talk show della politica nostrana. Non ne sopporto più la gratuita prolissità, il sovrapporsi ossessivo delle voci, la strumentalità di ogni argomentazione; soprattutto non reggo più il compiacimento - a metà strada tra il servilismo e ruffianeria - dei conduttori, che accettano ed anzi incoraggiano una modalità di confronto che non ha nulla a che vedere con l’informazione pubblica, e tutto a che fare con una patetica messa in scena, ad uso e consumo di un ceto politico autoreferenziale ed isterico. Da questo punto di vista, seppur nel disgusto per la reprimenda paternalista di Grillo alla Consigliera bolognese Salzi, capisco il senso del diktat di Beppe Grillo e Casaleggio: dentro quel tritacarne mediatico di spazio per i contenuti e le idee non ce n’è davvero.

È anche per questo che ho trovato avvincente il confronto tra i cinque candidati alle Primarie del Centrosinistra andato in onda su Sky lunedì 12 novembre. Diversi commenti sulla rete hanno stigmatizzato - non del tutto a torto - il tratto di estrema concisione “all’americana” del format. Ma devo dire che quelli di SkyTG24 hanno fatto centro: novanta secondi per rispondere costringono alla sintesi e, una volta tanto, a prendere posizioni nette e chiare, se vuoi che le tue idee siano comprensibili.

E così è stato: tutti e cinque i candidati non solo hanno avuto modo di dire la loro senza le fastidiose interruzioni che sono il marchio di fabbrica della gara di rutti brevettata da Bruno Vespa, ma è emersa dal confronto anche la diversità di impostazioni programmatiche e culturali, pur nel quadro di una intenzione seria di voltare pagina nella brutta storia recente della sinistra italiana.

Si è capito con chiarezza cosa ne pensano Vendola, Bersani, Puppato, Tabacci e Renzi di lavoro, fisco, diritti, priorità nella spesa pubblica, scuola e alleanze. E per chi non vive la dimensione dell’impegno politico quotidiano, avere a disposizione questo set di informazioni sulle intenzioni dei candidati è di primaria importanza per potersi formare un’idea senza pregiudizi, maggiormente orientata ai contenuti.

Invece mi pare che chi vive l’impegno politico quotidianamente non ha perso l‘occasione di avvitarsi per l’ennesima volta sulla più marginale e folcloristica di tutte le questioni emerse nel confronto dai candidati. Sto parlando della domanda sul “pantheon” ideale/culturale dei candidati, e dello sdegno (??!!) che ha suscitato il fatto che sia Vendola che Bersani abbiano scelto - fra i tanti nomi che avrebbero potuto fare - di indicare due figure della Chiesa Cattolica: papa Giovanni XXIII per Bersani e il cardinale Carlo Maria Martini per Vendola.

E dire che i cinque candidati hanno affrontato questioni un tantino più pressanti, tipo cosa ne sarà di noi e del nostro Paese...

Ad esser sincero, mi ha stupito di più l’uscita di Bersani: così come ero certo che Tabacci avrebbe citato De Gasperi (cosa che ha puntualmente fatto), ero altrettanto sicuro che Bersani avrebbe fatto il nome di Berlinguer. Da Laura Puppato mi sarei aspettato Alex Langer, e sono stato molto contento che invece abbia menzionato Nilde Iotti e Tina Anselmi, perché lei e Alex erano davvero amici e la cosa sarebbe risultata un tantino “pelosa”. Ma il fatto che Nichi Vendola, orgogliosamente credente, abbia voluto ispirarsi alla figura di un membro del clero più progressista non mi ha per nulla sorpreso.

Sia chiaro, il fatto che non mi abbia stupito non significa che mi trovi concorde. Vendola si che avrebbe potuto richiamarsi a Langer, a Peppino Impastato o - perché no - a Vandana Shiva. Ma non l’ha fatto, e credo anche che - nonostante le accuse di bieco opportunismo filoclericale che gli sono state mosse - abbia parlato con spontaneità. Prova ne è la pioggia di critiche, alcune davvero iperboliche e al limite del ridicolo, che gli sta cadendo addosso da un paio di giorni. E spesso proprio da parte di quelle compagne e compagni di SEL che più e prima di chiunque altro dovrebbero fargli quadrato attorno e battersi insieme a lui per vincere le primarie del 25 novembre ed arrivare al turno di ballottaggio.

Anche se mai un cardinale della Chiesa Cattolica (nemmeno uno “illuminato” come Martini) sarà nel mio pantheon culturale di agnostico, non avverto alcun imbarazzo, né alcuna diminuzione di rappresentanza, nelle parole di Vendola.

Tanto per esser chiari, per chi come me porta nelle sue tasche l’eredità della sinistra “eretica” (quella che esiste anche a prescindere dalla presenza nelle istituzioni, quella che le strutture e le burocrazie “sovietiche” le ha sempre scansate come la peste, quella che sul “potere” la pensa come De André e non come Togliatti) anche una figura come quella di Enrico Berlinguer è fuori dall'orizzonte culturale. Non mitizzo il cardinale di una chiesa omofoba, sessista, proibizionista e ossessionata dal controllo dei corpi (specialmente di quelli delle donne), ma nemmeno il coautore di quel compromesso storico che per me rappresenta la madre di tutte le sconfitte della classe lavoratrice italiana.

Con buona pace dei nostalgici "vodka e caviale", si può essere di sinistra anche senza aver mai fatto il pellegrinaggio al mausoleo dei patriarchi leninisti.

È, in fondo, il lascito di Rosa Luxemburg e della sua sinistra donna, quella delle masse che si autodeterminano senza bisogno di austeri dirigenti, quella che rifiuta l’idea del partito come prefigurazione della società.

Ma mi rendo conto che anche questa discussione, tutta proiettata all’indietro, diventa subito stucchevole.

Per me la domanda cruciale è: oggi la nostra sinistra, che continua a proclamarsi nuova, è in grado di fare i conti con la propria storia plurale? Siamo in grado di dire (ma soprattutto di fare) che Martini, Impastato, Langer, Berlinguer, Zanotti-Bianco, Giuditta Levato, Vandana Shiva, Fabrizio De André, Rigoberta Menchù e Valerio Grefa, Don Gallo e persino degli uomini di “destra” come il Giudice Borsellino e tante e tanti altri, possano essere le stelle del nostro cielo, quelle che ci guidano in un cammino che oggi compiamo verso il domani? E possiamo, per pietà, fare che quelle siano le nostre stelle, ma non noi stessi? Che la smettiamo di identificarci in miti che, per loro natura, sono tutti portatori di qualche ambiguità e di molte parzialità? Possiamo essere una comunità senza totem né tabù?

Oppure no. Oppure la condanna di Sisifo che tocca alla sinistra è quella di vivere la propria storia come una zavorra. Come un masso che a fatica spingiamo su per la rupe, solo per vederlo rotolare ogni volta di sotto. Solo per dover tornare ogni volta indietro e ricominciare daccapo. Come se noi non fossimo noi, qui ora e oggi, ma esistessimo solo in virtù della purezza filogenetica nei confronti dei rispettivi Dèi del Pantheon...

Il fatto che Vendola non abbia fatto l’inchino ai patriarchi della sinistra storica, ma abbia gettato uno sguardo nuovo e disorientante - disorientante anche per me, che del cardinale Martini me ne frego tranquillamente - questo mi convince che sta (e stiamo) camminando lungo la strada giusta.

E sotto buone stelle.

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