mercoledì 11 settembre 2013

Altrove

Silvano Furlan, 27 anni, Alessandro Levi, 30, e Matteo Piovanelli, 27, sono tre giovani menti italiane che hanno sviluppato una tecnologia touch, talmente innovativa da essere stata considerata come 'di terza generazione'. In sintesi si tratta di schermi touch con un'elevata plasticità, che li rende a tutti gli effetti pieghevoli, e con una sensibilità mai vista sino ad oggi che consente a questi schermi di riconoscere non solo il tocco ma anche la sua intensità. Cioè gli schermi possono distinguere un tocco più leggero da uno più forte.

Uno di loro, intervistato da Repubblica ha fatto alcuni esempi delle possibili applicazioni:
"Vetrine interattive per i negozi o tavoli capaci di raccogliere le ordinazioni nei ristoranti. Quelli prodotti da Microsoft costano molto e sono fragili. Grazie al nostro materiale terremo basso il prezzo ma assicurando grande resistenza."

La loro invenzione ha vinto l'Intel Business Award Europe, un premio molto prestigioso che apre - anzi spalanca - le porte all'interesse degli imprenditori internazionali.

Tranne che in Italia.

Infatti i tre ragazzi non hanno trovato nemmeno un finanziatore italiano disposto ad investire il milione e mezzo di dollari (spiccioli) che chedevano per avviare la loro startup Dem+ con la quale sviluppare il processo di produzione industriale dell'invenzione.

Me li immagino i loro colloqui con gli "imprenditori" italiani.

Uno gli ha chiesto se conoscevano qualche politico che gli poteva far avere un finanziamento pubblico, in pratica la startup se la dovevano pagare da soli.

Un altro voleva sapere se con quella tecnologia si potevano vedere le donne nude.

Un altro ancora gli ha risposto che la loro invenzione era inutile, perché "tanto c'è già l'iPhone".

E un altro nemmeno li ha ricevuti quando si è accorto che tra loro non c'era nemmeno una bella ragazza da invitare a cena.

Così i tre se ne sono andati in California. Non hanno fatto in tempo nemmeno a ritirare i bagagli all'aeroporto che già c'era la fila di investitori pronti a litigarsi a suon di dollari la loro idea. E così questa scoperta italiana diventerà una tecnologia a stelle e strisce.

È vero: oggi noi non possiamo dire con certezza assoluta quanto sia buona l'idea dei tre giovani: forse sarà una innovazione radicale, forse sarà solo un passaggio verso soluzioni ancora più elaborate. Ma già sappiamo che non sarà una cosa italiana. E quando - e se - questa nuova tecnologia si affermerà quale standard, noi dovremo importarla; dovremo pagarla di più e comunque non sarà mai nostra.

La cosa che fa ribollire il sangue è che questa razza padrona nostrana, i nostri "imprenditori" pizza e mandolino non perdono un'occasione per lamentarsi della "scarsa competitività del sistema Italia", continuando a pietire interventi dallo Stato: deregulation, contributi pubblici a fondo perduto e sconti sulle tasse che mai, MAI, si traducono in migliori salari per i lavoratori o, come in questo caso, in investimenti sull'innovazione.

E i governi che si succedono nel nostro paese, quando mettono in campo le loro ricette per l'impresa, continuano imperterriti a finanziarla con soldi pubblici e a detassarla, senza inserire clausole che obblighino chi beneficia delle prebende pubbliche ad investire in ricerca, sviluppo e salari.

Colpa di una classe politica ignorante, collusa e ignava, certo; ma parimenti di un mondo dell'impresa vigliacco, arruffone e ladro.

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