lunedì 10 giugno 2013

Noam Chomsky e il pessimismo della ragione

Grazie alla segnalazione di un amico su FaceBook, oggi mi sono imbattuto in un post del 17 febbraio 2013 del blog LINKIESTA, dove viene pubblicato un interessante decalogo di Noam Chomsky dal perentorio titolo "i modi per capire tutte le menzogne che ci dicono." Lo riporto sinteticamente, per poi riservarmi di fare due brevi considerazioni in coda.

1) La strategia della distrazione: fondamentale, per le grandi lobby di potere, al fine di mantenere l’attenzione del pubblico concentrata su argomenti poco importanti, così da portare il comune cittadino ad interessarsi a fatti in realtà insignificanti. Per esempio, l’esasperata concentrazione su alcuni fatti di cronaca (Bruno Vespa é un maestro).

2) Il principio del problema-soluzione-problema: si inventa a tavolino un problema, per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Un esempio? Mettere in ansia la popolazione dando risalto all’esistenza di epidemie, come la febbre aviaria creando ingiustificato allarmismo, con l’obiettivo di vendere farmaci che altrimenti resterebbero inutilizzati.

3) La strategia della gradualità: per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4) La strategia del differimento: un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, al momento, per un’applicazione futura. Parlare continuamente dello spread per far accettare le “necessarie” misure di austerità come se non esistesse una politica economica diversa.

5) Rivolgersi al pubblico come se si parlasse ad un bambino: più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tende ad usare un tono infantile. Per esempio, diversi programmi delle trasmissioni generaliste. Il motivo? Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni, in base alla suggestionabilità, lei tenderà ad una risposta probabilmente sprovvista di senso critico, come un bambino di 12 anni appunto.

6) Puntare sull’aspetto emotivo molto più che sulla riflessione: l’emozione, infatti, spesso manda in tilt la parte razionale dell’individuo, rendendolo più facilmente influenzabile.

7) Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità: pochi, per esempio, conoscono cosa sia il gruppo di Bilderberg e la Commissione Trilaterale. E molti continueranno ad ignorarlo, a meno che non si rivolgano direttamente ad Internet.

8) Imporre modelli di comportamento: controllare individui omologati é molto più facile che gestire individui pensanti. I modelli imposti dalla pubblicità sono funzionali a questo progetto.

9) L’autocolpevolizzazione: si tende, in pratica, a far credere all’individuo che egli stesso sia l’unica causa dei propri insuccessi e della propria disgrazia. Così invece di suscitare la ribellione contro un sistema economico che l’ha ridotto ai margini, l’individuo si sottostima, si svaluta e addirittura, si autoflagella. I giovani, per esempio, che non trovano lavoro sono stati definiti di volta in volta, “sfigati”, choosy”, bamboccioni”. In pratica, é colpa loro se non trovano lavoro, non del sistema.

10) I media puntano a conoscere gli individui: mediante sondaggi, studi comportamentali, operazioni di feed back scientificamente programmate senza che l’utente-lettore-spettatore ne sappia nulla. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un gran potere sul pubblico, maggiore di quello che lo stesso cittadino esercita su sé stesso.

Nulla da eccepire, ma un paio di postille vale la pena di metterle.

La prima riguarda il punto 9, l’autocolpevolizzazione. Messa così il rischio di vittimismo e di deresponsabilizzazione è dietro l'angolo. Il sistema globale schiaccia tempi, luoghi e persone è vero. Ma una quota di responsabilità dello stato attuale delle cose risiede nondimeno in ciascuno di noi, nella misura in cui non si attiva con decisione per il cambiamento. Non si tratta tanto di autoflagellarsi quanto di riconoscere che di un sistema oppressivo la moltitudine non è solo vittima, ma anche complice ogniqualvolta non pratica a partire da sé e dai propri comportamenti l'alternativa radicale a quel sistema; cominciando dagli stili di consumo dei beni e di produzione/smaltimento dei rifiuti di questa attività. Troppo stupido sentirsi colpevoli, ma anche troppo comodo sentirsi vittime.

La seconda riguarda il tono più generale delle riflessioni di Chomsky. Come tutte le grandi menti che, per questioni anagrafiche, hanno più anni alle loro spalle di quanti ancora ne abbiano davanti a sé, Chomsky è affetto da quel pessimismo della ragione che inibisce una visione più complessiva delle dinamiche sociali e politiche. In particolar modo per ciò che concerne il ruolo delle tecnologie di rete e di comunicazione globale: rete che ci imbriglia tutti senza scampo o rete che ci connette tutti per il cambiamento globale? I termini di questa scelta sono nelle nostre mani, e per ogni uso repressivo e patriarcale di queste tecnologie ve n'è sempre un altro antagonista o, meglio, altragonista. Due esempi: la possibilità di diffondere informazioni a livello globale è uno strumento di dominio delle coscienze formidabile, ma li dentro c'è anche la possibilità di veicolare informazioni libere ed indipendenti come mai è accaduto nella storia dell'umanità, specialmente grazie alla capacità di documentare con certezza i fatti grazie alle riprese video. Le tecnologie satellitari abilitano un controllo individuale degno del più bieco dei Grandi Fratelli, ma consentono anche l'accumulo in luoghi dello spazio fisico di critical mass in tempi del tutto impensabili solo fino a qualche anno fa.

Insomma, tra le pieghe del dominio globale, e proprio perché il dominio si vuol fare globale, si dischiudono possibilità infinite di aprire una miriade di fronti altragonisti. Una miriade liquida che ha una capacità certa di mandare in tilt il sistema.

Ovviamente bisogna volerlo. E, soprattutto, bisogna farlo.

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