lunedì 4 giugno 2012

Un antropologo alla posta.

Ogni volta che devo andare alla Posta per sbrigare una qualche faccenda, mi ci reco con un curioso ed indecifrabile misto di allegria e depressione.

Depressione perché già so che mi attende una lunga fila, al termine della quale troverò un impiegato stizzito ed annoiato - anche lui preso dai problemi della sua vita - che mi tratterà con sufficienza.

Allegria perché incontrerò una varia umanità, della quale potrò ascoltare il caotico minestrone di idee, opinioni e doglianze, soddisfacendo in tal modo quella curiosità delle cose umane che è la motivazione più profonda ed autentica di ogni antropologo.

Oggi, in particolare, ne ho sentita una che mi ha fatto riflettere.

Un signore, un pensionato, stava arringando un piccolo e variegato uditorio, nella lunga attesa del suo turno allo sportello. L'argomento dell'improvvisato comizio era un classico: la litania delle lamentele sulle Poste, sulle istituzioni in genere e sulla politica e i politici in particolare.

La tesi sostenuta dall'oratore era che non bisognava più recarsi a votare perché "...se nessuno li vota [i politici, ovviamente], si azzera tutto e ricominciamo daccapo!".

La fallacia, vale a dire l'ingenuità, del ragionamento è palese. In Italia non esiste quorum elettorale. In pratica se il giorno delle elezioni andassero anche solo i politici candidati a votare per sé stessi, avremmo nondimeno un Parlamento regolarmente eletto. E che parlamento!

Ma ovviamente, non è questo che mi ha dato da pensare. Piuttosto mi ha colpito il processo di identificazione completo che nel comune sentire vi è tra istituzioni e partiti. Meglio ancora, tra istituzioni e politici.

Il ruolo di intermediazione democratica tra cittadinanza e istituzioni che i partiti dovrebbero svolgere è completamente obliato. L'idea largamente prevalente è che i partiti competano per l'acquisizione della proprietà privata delle istituzioni e dei suoi guardiani (forze dell'ordine, organi di controllo e imposizione fiscale); proprietà che, una volta acquisita, consente ai reggenti di turno di disporre, letteralmente, della vita delle persone, grazie alla forza di coercizione data dal monopolio della violenza. Quello grazie al quale se non obbedisci, finisci in galera.

Ma questa visione - pur con tutto il suo ineludibile carico di semplificazione - è poi così lontana dalla attuale realtà dei fatti?

Non direi.

Non da ieri, non dall'era Berlusconi per intenderci, il rapporto che i partiti hanno intrattenuto con le istituzioni democratiche è stato improntato ad un paradigma di conquista e colonizzazione. La RAI, le mille authority, lo spoil system, la pletora degli enti inutili ne sono la rappresentazione plastica. Il consociativismo, la clientela, la corruzione, quella ideologica. Sulla carta, il compito dei partiti era quello di costituire maggioranze negli organi elettivi e decisionali che potessero indirizzare l'economia, la cultura, l'istruzione, il sistema sociosanitario del Paese, secondo una visione complessiva della società e della storia (ecologismo e comunismo, liberismo e socialdemocrazia...). All'atto pratico i partiti hanno effettivamente perseguito la proprietà privata delle istituzioni, sino a produrne di nuove, così da poterle agevolmente "lottizzare". Nulla di strano se l'esito di questo processo sia stato la disconnessione dei partiti dal Paese reale: così accade quando le istituzioni cessano di essere al servizio della nazione per mettersi al servizio di chi, di volta in volta, le governa.

Quello che manca sempre in questi ragionamenti, però, e che invece rappresenta la chiave autentica per uscirne fuori (uscirne fuori vivi, intendo) è che questo processo si è compiuto con la solida complicità del popolo italiano. Quel popolo italiano che il sistema clientelare, più che subirlo, lo ha sempre accettato e spesso attivato nella fidelizzazione di famiglie intere alle cordate (clan?) politiche territoriali. Quel popolo italiano che il meccanismo di corruzione lo ha ritenuto praticabile fintanto che - per dirla in parole povere - i prezzi sul listino erano abbordabili un po' da tutti, secondo le proprie esigenze: "sbloccare" una pratica in Comune, ottenere la variante urbanistica sul proprio fazzoletto di terra agricola di avita eredità, ma anche conseguire appalti da capogiro. Appunto, ciascuno secondo le proprie esigenze e possibilità.

La (triste?) realtà è che in democrazia la classe politica è sempre, nel bene e nel male, la fedele rappresentazione del popolo che la ha espressa. A meno di non volersi figurare una classe politica di marziani che, il giorno delle elezioni, vengono teletrasportati da un'astronave in orbita attorno alla Terra direttamente con le chiappe sulle poltrone del potere e del privilegio.

Chiacchiere per ingannare il tempo alle Poste, per l'appunto.

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