martedì 17 marzo 2009

Il (dis)senso comune.

Il senso comune della politica, della civicità, della propria vita come membro di una comunità solidale e consapevole sembra essersi smarrito.

Non mi riferisco alla solita solfa sulla «perdita di valori». Ciò che si è infranto, che continua ad infrangersi ogni giorno che passa in atomi sempre più piccoli ed impazziti, è il senso di appartenenza alla comunità. La consapevolezza, cioè, che le scelte che riguardano gli assetti territoriali, le politiche di sviluppo e di conservazione, gli indirizzi generali dell’utilizzo delle risorse pubbliche (i nostri soldi delle nostre tasse) siano, di fatto, come espunte dalle preoccupazioni quotidiane di larga parte delle cittadine e dei cittadini dei territori.

Come se tutto ciò non ci appartenesse, non ci riguardasse, non parlasse di noi.

È passata l’idea che il voto, la delega di potere politico e di competenze, sia una sorta di assegno in bianco firmato a partiti e politici. A chi fa cassa, a chi riscuote il diritto/dovere di governare, spetta il compito di scrivere la cifra e di incassare.

No, questo è inaccettabile.

Sta a noi, e a nessun altro (né per delega né per procura), riappropriarsi di questa responsabilità territoriale, ricostruire il significato comunitario e solidale della nostra presenza sui territori. Riconoscere a questa presenza il suo tratto di non episodicità, di profonda storicità, di continuità nel tempo e nei luoghi. Quando questo accade, però, più che la forma chiara e trasparente di un rinato senso comune, tutto ciò assume la forma di un dissenso. Articolato, potente, capace di far emergere intelligenze collettive, mobilitazione democratica di base, e proposte valide anche per un modello di governance alternativa, ma incastrato nella contraddizione del rapporto con le istituzioni, coi luoghi e con le prassi, cioè, dove queste proposte ed intelligenze potrebbero (e dovrebbero, anzi devono) arrivare ad incidere.

È chiaro, quindi, che anche da qui riparte il significato della rappresentanza politica. La Nuova Sinistra che vogliamo costruire non potrà, non dovrà, (non dovremo permetterlo) sottrarsi a questo patto di contiguità col territorio. Quello di cui abbiamo bisogno, e che sarà responsabilità di tutte e tutti costruire assieme, è la Sinistra dei Territori. Un partito territoriale, le cui linee politiche nazionali siano costruite a partire dalla sintesi delle istanze locali di democrazia di base, di partecipazione, di protagonismo dei giovani e delle donne. Valori, ideali, principi… si ci piacciono, ne abbiamo da mettere in campo, ma a tutto ciò deve essere riconosciuto, in ogni momento, in ogni passaggio, un riscontro reale in un’azione locale.

Dobbiamo forgiare una Sinistra che modifichi lo stato presente delle cose, e che sappia tradurre ogni petizione di principio in un’azione con un riscontro diretto e percepibile nella qualità della vita quotidiana della gente.

Sinistra di massa, dunque. Ecologista, laica, plurale, libera, forte.

Sa di già sentito? Forse, ma la buona notizia è che, stavolta, nulla di tutto ciò può prescindere da noi.

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