venerdì 19 dicembre 2008

Identità e territorio.

In un'articolata e stimolante nota che ha elaborato in risposta ad un precedente articolo comparso sul blog, Luciano Blasco ha scritto:

La cultura non ha terra ma su di essa se ne produce in relazione con gli elementi naturali e sociali e non vi sono spazi che possano contenerla e quindi misure di capacità materiale che non consentano l'infinita mescolanza.

Non sono daccordo.

È stato proprio Cardona, in Italia, con una felice sintesi di elementi scientifici e d'intuizione che caratterizzano il suo materialismo olistico, a chiarire che gli elementi concreti del territorio definiscono (in modo profondo anche se non univoco nè meccanico) alcune delle istanze fondamentali alla base del processo storico di formazione e stratificazione di culture, idee, lingue e tradizioni.

Si tratta di elementi potenti che riguardano la percezione e la selezione del campo culturale dei colori, dei suoni, delle direzioni. E, come tu mi insegni, l'organizzazione e la percezione dello spazio sono il primo fondamento dei processi di appropriazione materiale e simbolica del territorio, il sostrato su cui si strutturano anche le istanze materiali delle comunità, la produzione e riproduzione dei rapporti sociali. Di esempi se ne potrebbero fare a dozzine, mi limito ad uno.

Alcune popolazioni nomadi dell'area mediorientale conoscono circa una dozzina di termini non composti (quindi specifici vocaboli) per indicare il colore del manto del loro bestiame. Lungi dal riferirsi ad una qualità meramente descrittiva di proprietà cromatiche, questi termini stabiliscono relazioni complesse cui si agganciano aneddoti, miti, teorie sul genere sessuale e sulle relazioni fra corpi animali ed umani. All'interno di questa rete di significanti (per dirla con Molinò) ci sono anche relazioni di potere e genealogiche, legittimazioni di status sociali e molto altro ancora.

Questo complesso frammento culturale non si sarebbe potuto produrre altrove od in altri, diversi, contesti territoriali. E non in virtù di un mero determinismo culturale, ambientale e geografico. È quel pezzo di mondo che porta in sè, costitutivamente, gli elementi di contesto che quelle culture locali leggono e sistemano nel loro orizzonte culturale. Tutto ciò non si esercita su quel pezzo di mondo, ma imprescindibilmente da quello.

L'idea di matria è un altro valido esempio di ciò. Nella sua accezione contemporanea è un concetto "costruito", vale a dire uno dei possibili esiti di una rete incredibilmente vasta, complessa e globale di riflessioni sull'autoritarismo patriarcale e sulla nozione di territorio allargato, nazionale, che il concetto di patria assume e consegna al corpo sociale come scontato, eterno ed immutabile. La patria legittima certi assunti sul potere gerarchico, centralizzato. L'idea di matria, per contro, costruisce e svela come possibile un altro modo di pensare ed organizzare gli spazi ed il potere: in forma decentralizzata, locale, cooperativa.

In aggiunta a ciò, però, quello di matria è un concetto che risiede nel sostrato (storico, sempre storico, per carità) di idee, miti e tradizioni delle nostre comunità castellane. È un elemento della fondazione del territorio che parla, nel linguaggio del mito, di un ambiente denso ed organizzato, dove le pulsioni irrelate, caotiche e bestiali della selva, assumono connotazioni confortanti, uterine, matrilineari. Raccontano, in sintesi estrema, di una terra che non può essere domata, ma può essere esperita e vissuta: quell'etologia olistica di cui parlavo nella nota che ha dato il via a questo interessante dibattito.

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