venerdì 11 marzo 2011

Che sapore ha il minestrone?

Chi pensava di essersi liberato dal politichese delle “convergenze parallele”, si ritrova oggi per le mani un linguaggio ancora più povero e sciatto. Criptico non per la formulazione astrusa, ma per l’assoluta insignificanza del discorso che produce. Si tratta di un linguaggio formulaico, quasi magico, fatto di slogan, frasi ad effetto, coups de theatre, parole d’ordine forgiate nei laboratori degli “esperti” della comunicazione e ripetute come un mantra ossessivo dai soggetti politici. Il linguaggio politico mutua sempre di più da quello pubblicitario.

Il cortocircuito tra processo significante e significato appare nella sua lucida mostruosità: un linguaggio destinato alla vendita commerciale usato per articolare il discorso sulla polis, la politica. Gli sterili battibecchi propinati alla popolazione dai salotti televisivi della politica hanno lo stesso suono artefatto, metallico del clangore del pentolame commercializzato in certe televendite.

E l’involuzione del dialogo politico si completa: non il sistema dei segni, ma il loro oggetto si piega alla logica dell’altro; non il linguaggio commerciale si politicizza, ma è il contenuto della politica a farsi merce. L’ovvio postulato di ciò è che la destinataria dell’atto comunicativo, già soggetto passivo di una comunicazione non dialogica per eccellenza, quale quella televisiva, la popolazione telespettatrice, viene perciò indotta non solo dal mercato, ma anche dalla politica, a farsi consumatrice di un’idea/merce (o, meglio, di una merce/idea), piuttosto che piena partecipe del processo storico che interessa la sua nazione, la sua comunità, la sua stessa vita.

La produzione stessa del discorso è erosa con lenta progressione dalla sterilità. Acquisiamo oramai tutti con chiarezza il dato che culturalmente riconosciamo questo deficit progressivo del linguaggio nella sua capacità di articolare un pensiero lucido, razionale e responsabile.

La proiezione della potenza generatrice del discorso su uno sfondo monotono, omogeneo e piatto causa l'appiattimento della società stessa. Che oggi produce nel senso comune, perfino con la capacità di surclassare la percezione quotidiana della criticità delle proprie condizioni materiali della vita, una diffusa aria di allegria, un po' stonata e fuori fuoco, psichedelica a tratti. Una specie di lucida e demenziale follia del quotidiano nella quale, subissati giornalmente da mille impellenze e insufficienze, tutti sembriamo aver perso di vista la benché minima prospettiva del futuro. Non solo del futuro remoto, ma anche di ciò che ci attende dietro l'angolo.

È la società piatta, il minestrone, l'allegro caravanserraglio che però, a ben vedere, non è una risposta incredibile e inopinabile al declino del presente. È un tratto della contemporaneità, dotato di quel nitore iperreale che, si diceva prima, sterilizza la potenza del discorso e della narrazione individuale e collettiva. Impedisce alle donne e agli uomini di sentirsi in maniera autentica e consapevole parte di una comunità territoriale e urbana, nel senso largo del termine.

La caustica e profondamente ironica battuta consumata nel telefilm Boris "Tutto colorato di un'allegra frociaggine" coglie con umorismo tetro un dato non meno (iper)reale: nella perdita di dignità di un paese si consuma anche la sua capacità di essere, e dunque narrarsi, comunità solida e solidale, consapevole e compartecipe di un progetto comune ampio, faticoso ambizioso quale è quello della vita collettiva di un Paese.

Ma, è doversoso riconoscerlo, il minestrone ha anche qualche buon sapore. La grana, il milieu stilistico della cultura di massa nella società piatta ha la sua suasività. Anzitutto quella della sua inediticità: la ragione e la storia quali principi generatori dell'epoca moderna e delle sue conquiste umane hanno spesso prodotto solo la profondità dello sguardo, più raramente il campo largo e sincronico. Lo sguardo contemporaneo ha, invece, l'innegabile dote della sintesi formale, anche se non di quella sostanziale. Ma lo sguardo è nuovo. Indubbiamente.

E poi perché nelle sue pieghe alberga, anche se in maniera carsica, quasi la cifra di un rebus, una potenza di disvelazione comica delle ingiustizie che è sana, autentica, insopprimibilmente libera.

Si riparte dunque, sul fronte della politica, anche da qui. Dalla ricostruzione di linguaggi ampi, razionali, condivisi. Infusi dall'estasi della passione e non dall'ubriacatura molesta. Dalla capacità di padronanza dei nuovi sintagmi e culture contemporanee, dalla capacità di riconoscersi come simili e cooperanti, oltre che competitori nella storia umana.

Dalla forza di mettere in campo una nuova narrazione collettiva.

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